Letizia Battaglia si racconta

di Federica Olivo

[POP VISION]  Caschetto verde, al posto del rosso-arancio con cui siamo abituati a vederla, un sorriso irriverente e sincero, di una sincerità quasi disarmante, e il bastone, simbolo dei suoi 82 anni. Lo agita, con allegria e fierezza, alla fine dell’incontro, per salutare il numeroso pubblico accorso al Salone dell’Editoria Sociale per ascoltare le sue parole. Con allegria, sì, perché Letizia Battaglia è innanzitutto una donna allegra. A guardare i suoi scatti più famosi, che raccontano la Sicilia della mafia, della povertà e dei morti ammazzati, forse non si direbbe. Eppure dalle sue parole non traspare mai, o quasi, un velo di malinconia.

In una sala gremita di persone di tutte le età, sabato 26 ottobre la fotografa ha raccontato della sua lunga carriera. “Ho iniziato a scattare fotografie per guadagnarmi il pane e la libertà”, ha risposto a chi le chiedeva come mai avesse scelto, sulla soglia dei 40 anni, proprio questo mestiere. Un lavoro, il suo difficile, ora come allora: “Essere un fotografo a Palermo negli anni degli omicidi di mafia – ha raccontato – significava dover passare tutto il giorno a casa, in attesa che il telefono squillasse. E quando squillava, quando ti dicevano ‘corri, hanno ammazzato una persona’, la sensazione era sempre la stessa. Un pugno allo stomaco, e poi la nausea. Ogni volta”. L’obiettivo di Letizia Battaglia ha immortalato tante scene di orrore, di tristezza, di violenza. L’ha fatto sempre avvicinandosi il più possibile al soggetto che doveva fotografare (“non uso mai lo zoom, ho bisogno di avvicinarmi alla situazione che sto immortalando, questo è il mio modo di fare foto”, ha spiegato) ma soprattutto senza dimenticare mai, anche nelle situazioni più cruente, una caratteristica che non l’ha mai abbandonata: l’empatia. “Non ho fotografato solo morti ammazzati – tiene a sottolineare Battaglia, che ad un certo punto della sua carriera, proprio per dimenticare tutto l’orrore vissuto, avrebbe voluto bruciare i suoi negativi – mi è capitato di fotografare i pazienti dei reparti psichiatrici e anche i detenuti. In quei momenti quasi mi vergognavo. Io ero libera e l’uomo davanti a me, anche se era un mafioso, non aveva la mia stessa libertà. Io mi sentivo in difetto e non ho mai provato rancore nei loro confronti”.
La fotografa, palermitana d’adozione, per dieci anni è stata assessore nel capoluogo siciliano e anche in quell’occasione ha messo in pratica la sua empatia, anche verso chi aveva sbagliato, o era stato accanto a uomini che sbagliavano, senza denunciare: “La prima cosa che ho fatto quando sono diventata assessore all’Ambiente – ha raccontato – è stata mettere delle panchine davanti al carcere dell’Ucciardone. Servivano per le donne dei mafiosi, che li andavano a trovare. In quel momento erano donne stanche e io, nonostante tutto, volevo che avessero la possibilità di sedersi, prima che le porte del carcere si aprissero”.

C’è stato un momento, in cui anche lei, che con i suoi scatti aveva raccontato un pezzo di storia d’Italia, ha riposto la sua macchina fotografica: “Quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino non ce l’ho fatta a fotografare. Qualche tempo dopo ho lasciato Palermo e sono andata a vivere all’estero. Avevo bisogno di ritrovare le forze”.

Oggi Letizia Battaglia vive in quella che considera la sua città e il 16 novembre inaugurerà un progetto in cui ha creduto fortemente: il Centro internazionale di Fotografia di Palermo di cui sarà direttrice. Sarà un posto dove sviluppare l’arte in tutte le sue forme e dove conservare la memoria fotografica della città. Perché non c’è modo migliore di raccontare un posto se non attraverso la cultura. E se questo posto è Palermo, con tutta la sua bellezza e le sue infinite contraddizioni, allora tutto, anche una foto scattata per caso, assume un significato diverso. “Palermo ormai è una città fatta di pub e di drogherie gestite da persone del Bangladesh. Io vorrei che i ragazzi uscissero dai locali ed entrassero ogni tanto nel centro internazionale di fotografia, per fare cultura”. E chissà che questo desiderio non si trasformi in realtà e che i ragazzi palermitani non si lascino davvero trasportare dall’entusiasmo di questa anziana signora dai capelli verdi, che ha il sorriso e la gioia di vivere di una ventenne. E che continua a interpretare il mondo attraverso il suo obiettivo.
A chi le chiede in che modo rappresenterebbe la Sicilia con una foto, oggi, risponde: “Sto fotografando da un po’ di tempo Greta, una bambina di dieci anni e vorrei continuare a seguirla, con i miei scatti, nella sua crescita. Ecco che cos’è per me la Sicilia oggi: una bambina che sta crescendo”.

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