PIJI E LA CRAVATTA DI ARBORE

[Pop Vision] L’errore è stato mettere un impegno subito dopo l’intervista con Piji, e questo perché non ci vedevamo da quindici anni e la voglia di sapere tutto di lui era troppa. E allora addio altro impegno!
Piji  è una delle personalità più originali dello swing italiano, uno che ha fatto della canzone d’autore “jazzata” tutta la sua vita, suonando su tutti i palchi importanti e collaborando con gente come Renzo Arbore, Sergio Caputo, Simona Molinari, e facendo tanta radio e tv. Solo per citare qualche esperienza, ha partecipato a Edicola Fiore con Fiorello e ha curato “Quelli dello swing” su Rai 2 con Arbore.
Ci siamo visti a piazza Cavour, per un caffè. Piji è arrivato trafilato, con il suo cappello “swing” e la barba.

Q: Quando hai capito che volevi fare questo lavoro?
PJ: Praticamente subito. A 8 anni già suonavo con mio cugino Luca, avevamo formato un duo, “Pijond and Lucond” e abbiamo registrato ben 4 album, che naturalmente compravano i parenti. È stato un periodo fondamentale per me, perché non facevo altro che scrivere canzoni. Decine, centinaia di canzoni…
Q: Che tipo di canzoni erano?
PJ: Erano cose ironiche, un po’ surreali… Forse le migliori canzoni che abbia scritto!
Q: E poi, che è successo?
PJ: Non riuscivo a smettere più con la musica, quindi, a 15 anni, ho iniziato a studiare seriamente chitarra. In quel periodo mi sono innamorato di Giorgio Gaber, suonavo la chitarra con la spalla mancante come lui… E poi ho studiato jazz. Avevo questa tendenza a mescolare la canzone d’autore con il jazz.
Q: E oltre Gaber, chi ti ha influenzato?
PJ: Tutti quelli che, in qualche modo, facevano questa mescolanza. Primo tra tutti Tom Jobim, ma in generale il Jazz Monouche, i grandi chansonnier francesi, che sono stati poi uno stimolo per i cantautori italiani.
Q: E tra gli italiani?
PJ: Mi sono alimentato di Natalino Otto, Fred Buscaglione, Sergio Caputo, Paolo Conte, eccetera.
Q: E quale è stato il tuo primo progetto da musicista serio? Senza nulla togliere a tuo cugino Luca…
PJ: Il primo progetto strutturato è stato quello dei Masquera. Un gruppo formato da musicisti eccezionali, con i quali arrangiavo le mie canzoni. Fu proprio Sergio Caputo a produrre “Prove di metamorfosi”. All’inizio “Masquera”, che poi vuol dire maschera, è nato proprio come un progetto per immergersi in sonorità e parole già esistenti, rovinarle, stravolgerle, massacrarle, per produrre qualcosa di originale, con un significato nuovo. E da lì sono nate molte esperienze musicali, moltissimi concerti.
Q: E poi che ne è stato dei Masquera?
PJ: Sono stati anni splendidi, ma, pian piano, in modo naturale, c’è stato un processo che mi ha portato verso una carriera da solista.
Q: E allora è cambiato qualcosa…
PJ: È cambiato tutto e niente. Ho affinato le tecniche, la mia visione del mondo s’è fatta più matura, ma mi sono accorto che in nuce c’era già tutto, il mio modo di essere è rimasto lo stesso.
Q: E qual è il tuo modo di essere?
PJ: Un tentativo di comporre il conflitto tra due elementi sempre presenti dentro di me: la parte ironica e quella drammatica. C’è sempre questo desiderio di trovare la poesia in tutto quello che apparentemente non ce l’ha. Che sembra in verità piccolo, insignificante, ridicolo.
Q: È partendo da questo dualismo che sei arrivato all’elettroswing?
PJ: In qualche modo… Questa idea di mettere insieme cose diverse mi affascina. Ho voluto sperimentare l’incontro la tra la tradizione classica e l’elettronica. “Elettroswing” è il modo contemporaneo di essere retrò.
Q: Continua a piacerti la contraddizione…
PJ: Questa contraddizione, in fondo, è insita nel Jazz a cui mi ispiro, quello dei primi anni del Novecento, in cui un “interno” molto complesso, fatto di sentimenti e tecnica articolata, si esprimeva con un “esterno” molto facile e divertente, con un atteggiamento leggero e scanzonato.
Q: E tu ti senti così?
PJ: Sì, penso di essere proprio così.
Q: C’è qualche momento della tua carriera, in questi dieci anni, che ti ha segnato in modo speciale?
PJ: Se vado a questi anni, ci sono molti momenti straordinari. La collaborazione e l’amicizia con Simona Molinari, un’artista eccellente, con una profonda umanità. Poi i live, ricordo certe esibizioni emozionanti a Umbria Jazz. E ancora il periodo a Edicola Fiore, con Fiorello, che è indiscutibilmente un artista geniale e una persona davvero unica. Ma, se proprio devo trovare un singolo episodio, ricordo la prima volta che sono stato a casa di Renzo Arbore. Quella casa è stracolma di oggetti legati alla musica e allo swing e lui s’è subito accorto che io mi guardavo intorno stupefatto. Abbiamo le stesse passioni musicali e mi ha mostrato tutta la casa, angolo per angolo, facendomi vedere persino la sua collezione di cravatte. Io vado matto per le cravatte strane e, quando ho visto le sue, mi sono illuminato. Ricordo che mi ha guardato fisso negli occhi, ha sfilato la cravatta che stavo guardando estasiato e me l’ha regalata. Per me è stata come una consacrazione.
Q: E ora, con quella cravatta, che ci fai? Voglio dire, che progetti hai?
PJ: [Sorride] Metto la cravatta soprattutto per i live e il mio progetto ora è suonare, suonare molto. Ho in programma molti concerti. Inoltre sto facendo molta radio.
Q: E discograficamente?
PJ: Ho in mente il mio disco perfetto, ma non ho la smania di fare cose “imprecise”. Ci sto lavorando.
Q: Allora aspettiamo il tuo disco perfetto!
PJ: Ti farò sapere.

Guarda WELCOME TO ITALY, di Piji.

Pierpaolo Grezzi

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