Letizia Battaglia si racconta

di Federica Olivo

[POP VISION]  Caschetto verde, al posto del rosso-arancio con cui siamo abituati a vederla, un sorriso irriverente e sincero, di una sincerità quasi disarmante, e il bastone, simbolo dei suoi 82 anni. Lo agita, con allegria e fierezza, alla fine dell’incontro, per salutare il numeroso pubblico accorso al Salone dell’Editoria Sociale per ascoltare le sue parole. Con allegria, sì, perché Letizia Battaglia è innanzitutto una donna allegra. A guardare i suoi scatti più famosi, che raccontano la Sicilia della mafia, della povertà e dei morti ammazzati, forse non si direbbe. Eppure dalle sue parole non traspare mai, o quasi, un velo di malinconia.

In una sala gremita di persone di tutte le età, sabato 26 ottobre la fotografa ha raccontato della sua lunga carriera. “Ho iniziato a scattare fotografie per guadagnarmi il pane e la libertà”, ha risposto a chi le chiedeva come mai avesse scelto, sulla soglia dei 40 anni, proprio questo mestiere. Un lavoro, il suo difficile, ora come allora: “Essere un fotografo a Palermo negli anni degli omicidi di mafia – ha raccontato – significava dover passare tutto il giorno a casa, in attesa che il telefono squillasse. E quando squillava, quando ti dicevano ‘corri, hanno ammazzato una persona’, la sensazione era sempre la stessa. Un pugno allo stomaco, e poi la nausea. Ogni volta”. L’obiettivo di Letizia Battaglia ha immortalato tante scene di orrore, di tristezza, di violenza. L’ha fatto sempre avvicinandosi il più possibile al soggetto che doveva fotografare (“non uso mai lo zoom, ho bisogno di avvicinarmi alla situazione che sto immortalando, questo è il mio modo di fare foto”, ha spiegato) ma soprattutto senza dimenticare mai, anche nelle situazioni più cruente, una caratteristica che non l’ha mai abbandonata: l’empatia. “Non ho fotografato solo morti ammazzati – tiene a sottolineare Battaglia, che ad un certo punto della sua carriera, proprio per dimenticare tutto l’orrore vissuto, avrebbe voluto bruciare i suoi negativi – mi è capitato di fotografare i pazienti dei reparti psichiatrici e anche i detenuti. In quei momenti quasi mi vergognavo. Io ero libera e l’uomo davanti a me, anche se era un mafioso, non aveva la mia stessa libertà. Io mi sentivo in difetto e non ho mai provato rancore nei loro confronti”.
La fotografa, palermitana d’adozione, per dieci anni è stata assessore nel capoluogo siciliano e anche in quell’occasione ha messo in pratica la sua empatia, anche verso chi aveva sbagliato, o era stato accanto a uomini che sbagliavano, senza denunciare: “La prima cosa che ho fatto quando sono diventata assessore all’Ambiente – ha raccontato – è stata mettere delle panchine davanti al carcere dell’Ucciardone. Servivano per le donne dei mafiosi, che li andavano a trovare. In quel momento erano donne stanche e io, nonostante tutto, volevo che avessero la possibilità di sedersi, prima che le porte del carcere si aprissero”.

C’è stato un momento, in cui anche lei, che con i suoi scatti aveva raccontato un pezzo di storia d’Italia, ha riposto la sua macchina fotografica: “Quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino non ce l’ho fatta a fotografare. Qualche tempo dopo ho lasciato Palermo e sono andata a vivere all’estero. Avevo bisogno di ritrovare le forze”.

Oggi Letizia Battaglia vive in quella che considera la sua città e il 16 novembre inaugurerà un progetto in cui ha creduto fortemente: il Centro internazionale di Fotografia di Palermo di cui sarà direttrice. Sarà un posto dove sviluppare l’arte in tutte le sue forme e dove conservare la memoria fotografica della città. Perché non c’è modo migliore di raccontare un posto se non attraverso la cultura. E se questo posto è Palermo, con tutta la sua bellezza e le sue infinite contraddizioni, allora tutto, anche una foto scattata per caso, assume un significato diverso. “Palermo ormai è una città fatta di pub e di drogherie gestite da persone del Bangladesh. Io vorrei che i ragazzi uscissero dai locali ed entrassero ogni tanto nel centro internazionale di fotografia, per fare cultura”. E chissà che questo desiderio non si trasformi in realtà e che i ragazzi palermitani non si lascino davvero trasportare dall’entusiasmo di questa anziana signora dai capelli verdi, che ha il sorriso e la gioia di vivere di una ventenne. E che continua a interpretare il mondo attraverso il suo obiettivo.
A chi le chiede in che modo rappresenterebbe la Sicilia con una foto, oggi, risponde: “Sto fotografando da un po’ di tempo Greta, una bambina di dieci anni e vorrei continuare a seguirla, con i miei scatti, nella sua crescita. Ecco che cos’è per me la Sicilia oggi: una bambina che sta crescendo”.

Renanera: la band che racconta il presente con la musica del passato

di Federica Olivo

[Pop Vision] Nell’ultimo album parlano di bullismo e di bambini affetti da malattie incurabili; in quello precedente invece scrivevano, tra l’altro, di mafia e di omertà. Per cantare di queste e molte altre tematiche, i Renanera usano il dialetto. Non un dialetto preciso ma una lingua, come ama dire Eugenio Bennato – che ha diretto il loro secondo album – “panmeridionale”.
Il nome della band richiama un brano di Marcello Coleman, ma anche la sabbia vulcanica delle spiagge del Sud. E di meridionale i Renanera hanno sonorità e provenienza.
Il loro percorso è iniziato nel 2012 in Basilicata, con l’idea di mescolare alla musica popolare quella contemporanea e raccontare storie di oggi con il dialetto.
Pochi mesi fa hanno pubblicato ’O Rangio: “Un lavoro molto intimo – racconta Unaderosa, cantante, compositrice, autrice dei testi e cofondatrice dei Renanera – nei brani ho cercato di inserire solo quello che volevo raccontare, dando spazio all’istinto e a quello che veniva fuori dalla mia penna in maniera naturale”.
La canzone che dà il nome all’album – ’O Rangio è il granchio in dialetto – nasce da un gioco che Unaderosa faceva da bambina: “È nato tutto per caso, in sala d’incisione – racconta – giocando col microfono mi sono ritrovata a cantare questo motivetto, che poi è diventato una canzone, in cui, tra il serio e il faceto, associo il morso del granchio a quello di un leone”. Negli altri brani si nota lo spirito dei Renanera: raccontare il presente con le parole e la musica del passato, riarrangiata da Antonio Deodati, tastierista, produttore e fondatore della band. Un lavoro che vanta collaborazioni d’eccellenza, tra cui quella con il rapper napoletano Ciccio Merolla in Scucciat’ e me scuccià e con Marcello Coleman che si esibisce nella sua Rena nera.
Una molteplicità di temi, ma anche di lingue: nell’album il lucano incontra il genovese. “Sulla nostra strada – racconta Unaderosa – abbiamo incontrato Vittorio De Scalzi, fondatore dei New Trolls. Con lui cantiamo «Je sto buono» e stiamo rafforzando la nostra collaborazione”.
Il prossimo album, infatti, sarà composto da testi in lucano e genovese, che richiamano aspetti che le due terre – Basilicata e Liguria – hanno in comune. Non tutti sanno, infatti, che l’attuale sede del municipio genovese, Palazzo Tursi, prende il nome da un paese in provincia di Matera che fu dominato dai Doria. “Oltre a brani inediti – racconta Deodati – ci saranno cover di De Scalzi riarrangiate da me. Ho dato una rilettura popolare dei suoi successi, semplificando l’assetto armonico, per avvicinare il linguaggio etnico con quello pop. La musica tradizionale, del resto, è molto più basic di quella contemporanea”.
Per riuscire in questo lavoro, che ha portato i Renanera a creare un linguaggio unico nel suo genere – una sorta di Nu World – ci sono voluti anni di studio e di ascolto: “Abbiamo iniziato cinque anni fa – continua Deodati – e in questo periodo abbiamo fatto molta ricerca. Inizialmente il nostro lavoro era costituito in gran parte da rifacimenti di canzoni tradizionali, scelte con cura e in gran parte in tonalità minore. Oggi, invece, possiamo dire di aver preso la strada del cantautorato, con le caratteristiche della musica etnica (scale modali, temi circolari, frasi ripetitive e altre peculiari caratteristiche), accompagnata da un utilizzo del suono più consapevole”.
Prima di pubblicare il prossimo album, i Renanera continuano a portare sui palchi il loro ultimo lavoro. Dopo un’estate che li ha visti esibirsi in Basilicata e Calabria, il 9 settembre hanno aperto la settimana lucana a Firenze e il 17 settembre ospiti sono stati del festival Sentieri Mediterranei diretto da Enzo Avitabile a Summonte, in provincia di Avellino. E sono loro i vincitori del premio della critica dell’edizione 2017 del Premio Mia Martini.

Oltre ai due fondatori, fa parte della band Alberto Oriolo, un violinista e talentuoso vocalist autodidatta, che con le sue sonorità dà un valore aggiunto alla musica dei Renanera. Ha solo 24 anni ma i suoi ascolti sono ricchi e vari.

Da qualche tempo, al gruppo si è aggiunto Giuseppe Viggiano, chitarrista che ha spaziato su diversi generi musicali e per la prima volta ha incontrato la musica popolare. La sua esperienza e i suoi studi rendono di spessore ognuno dei suoi interventi.

Alle percussioni un’altra new entry: il musicista-filosofo Pierpaolo Grezzi, in passato autore di alcuni brani dei Renanera e coproduttore dell’album d’esordio, «Troppo Sud». Per Grezzi la musica popolare non è semplice folklore e parla al futuro: “La musica popolare è ricerca di autenticità espressiva, non solo di radici storiche, ma è uno sforzo di fotografare la realtà e di pensare il futuro. Fuori dalle regole dello show business e dalle pretese omologanti dei talent, tutto è popolare, perché ci siamo noi, persone normali che pensano, sentono, vivono… e noi siamo il popolo. Noi siamo popolare”.

Nel tour ‘O Rangio è stata introdotta la danza, con Eugenia Ucchino, una ballerina di formazione classica che si lascia trasportare dalle sonorità Renanera dando la sensazione di spontaneità e istinto.

A George Saunders il Man Booker Prize

[Pop Vision] Il Man Booker Prize è uno dei più prestigiosi riconoscimenti britannici per libri scritti in lingua inglese e quest’anno è stato assegnato al romanzo “Lincoln nel Bardo”, dello scrittore americano George Saunders.

Saunders ha una storia “strana”, come la definisce lui stesso. È nato ad Amarillo in Texas, ma è cresciuto a Chicago e ha seguito un percorso di formazione scientifica, ottenendo un Bachelor of Science in Ingegneria Geofisica alla Colorado School of Mines. Si è poi iscritto a un Master in Scrittura Creativa, alla Syracuse University, e – mentre lavorava come esperto di geofisica (partecipando persino a spedizioni di esplorazione petrolifera a Sumatra) – ha iniziato l’attività di scrittore. Oggi scrive per grandi giornali come il New York Times, The New Yorker, Harper’s Magazine, GQ e, naturalmente, scrive racconti e romanzi.

Nel 1996, è uscito “Il declino delle guerre civili americane”, di cui Ben Stiller ha acquistato i diritti per un grande film, che ancora rimane in cantiere. Il libro è uscito in Italia nel 2005, per i tipi di Einaudi, così come Pastoralia (2001). E poi Mondadori ha pubblicato “I tenacissimi sgrinfi di Frip” nel 2002 e Minimun Fax “Nel paese della persuasione” (2010) e “Dieci dicembre” (2013).
L’ultimo lavoro di Saunders, “Lincoln nel Bardo”, è uscito quest’anno per Feltrinelli. Dopo i racconti brevi, questo è un romanzo di ampio respiro, che racconta i sentimenti del Presidente Lincoln durante e dopo la morte del figlio. Larga parte del racconto si svolge nel bardo, cioè quello spazio immateriale della tradizione tibetana in cui le anime sostano, tra la vita e la morte.

Lincoln in the Bardo, by George Saunders

PIJI E LA CRAVATTA DI ARBORE

[Pop Vision] L’errore è stato mettere un impegno subito dopo l’intervista con Piji, e questo perché non ci vedevamo da quindici anni e la voglia di sapere tutto di lui era troppa. E allora addio altro impegno!
Piji  è una delle personalità più originali dello swing italiano, uno che ha fatto della canzone d’autore “jazzata” tutta la sua vita, suonando su tutti i palchi importanti e collaborando con gente come Renzo Arbore, Sergio Caputo, Simona Molinari, e facendo tanta radio e tv. Solo per citare qualche esperienza, ha partecipato a Edicola Fiore con Fiorello e ha curato “Quelli dello swing” su Rai 2 con Arbore.
Ci siamo visti a piazza Cavour, per un caffè. Piji è arrivato trafilato, con il suo cappello “swing” e la barba.

Q: Quando hai capito che volevi fare questo lavoro?
PJ: Praticamente subito. A 8 anni già suonavo con mio cugino Luca, avevamo formato un duo, “Pijond and Lucond” e abbiamo registrato ben 4 album, che naturalmente compravano i parenti. È stato un periodo fondamentale per me, perché non facevo altro che scrivere canzoni. Decine, centinaia di canzoni…
Q: Che tipo di canzoni erano?
PJ: Erano cose ironiche, un po’ surreali… Forse le migliori canzoni che abbia scritto!
Q: E poi, che è successo?
PJ: Non riuscivo a smettere più con la musica, quindi, a 15 anni, ho iniziato a studiare seriamente chitarra. In quel periodo mi sono innamorato di Giorgio Gaber, suonavo la chitarra con la spalla mancante come lui… E poi ho studiato jazz. Avevo questa tendenza a mescolare la canzone d’autore con il jazz.
Q: E oltre Gaber, chi ti ha influenzato?
PJ: Tutti quelli che, in qualche modo, facevano questa mescolanza. Primo tra tutti Tom Jobim, ma in generale il Jazz Monouche, i grandi chansonnier francesi, che sono stati poi uno stimolo per i cantautori italiani.
Q: E tra gli italiani?
PJ: Mi sono alimentato di Natalino Otto, Fred Buscaglione, Sergio Caputo, Paolo Conte, eccetera.
Q: E quale è stato il tuo primo progetto da musicista serio? Senza nulla togliere a tuo cugino Luca…
PJ: Il primo progetto strutturato è stato quello dei Masquera. Un gruppo formato da musicisti eccezionali, con i quali arrangiavo le mie canzoni. Fu proprio Sergio Caputo a produrre “Prove di metamorfosi”. All’inizio “Masquera”, che poi vuol dire maschera, è nato proprio come un progetto per immergersi in sonorità e parole già esistenti, rovinarle, stravolgerle, massacrarle, per produrre qualcosa di originale, con un significato nuovo. E da lì sono nate molte esperienze musicali, moltissimi concerti.
Q: E poi che ne è stato dei Masquera?
PJ: Sono stati anni splendidi, ma, pian piano, in modo naturale, c’è stato un processo che mi ha portato verso una carriera da solista.
Q: E allora è cambiato qualcosa…
PJ: È cambiato tutto e niente. Ho affinato le tecniche, la mia visione del mondo s’è fatta più matura, ma mi sono accorto che in nuce c’era già tutto, il mio modo di essere è rimasto lo stesso.
Q: E qual è il tuo modo di essere?
PJ: Un tentativo di comporre il conflitto tra due elementi sempre presenti dentro di me: la parte ironica e quella drammatica. C’è sempre questo desiderio di trovare la poesia in tutto quello che apparentemente non ce l’ha. Che sembra in verità piccolo, insignificante, ridicolo.
Q: È partendo da questo dualismo che sei arrivato all’elettroswing?
PJ: In qualche modo… Questa idea di mettere insieme cose diverse mi affascina. Ho voluto sperimentare l’incontro la tra la tradizione classica e l’elettronica. “Elettroswing” è il modo contemporaneo di essere retrò.
Q: Continua a piacerti la contraddizione…
PJ: Questa contraddizione, in fondo, è insita nel Jazz a cui mi ispiro, quello dei primi anni del Novecento, in cui un “interno” molto complesso, fatto di sentimenti e tecnica articolata, si esprimeva con un “esterno” molto facile e divertente, con un atteggiamento leggero e scanzonato.
Q: E tu ti senti così?
PJ: Sì, penso di essere proprio così.
Q: C’è qualche momento della tua carriera, in questi dieci anni, che ti ha segnato in modo speciale?
PJ: Se vado a questi anni, ci sono molti momenti straordinari. La collaborazione e l’amicizia con Simona Molinari, un’artista eccellente, con una profonda umanità. Poi i live, ricordo certe esibizioni emozionanti a Umbria Jazz. E ancora il periodo a Edicola Fiore, con Fiorello, che è indiscutibilmente un artista geniale e una persona davvero unica. Ma, se proprio devo trovare un singolo episodio, ricordo la prima volta che sono stato a casa di Renzo Arbore. Quella casa è stracolma di oggetti legati alla musica e allo swing e lui s’è subito accorto che io mi guardavo intorno stupefatto. Abbiamo le stesse passioni musicali e mi ha mostrato tutta la casa, angolo per angolo, facendomi vedere persino la sua collezione di cravatte. Io vado matto per le cravatte strane e, quando ho visto le sue, mi sono illuminato. Ricordo che mi ha guardato fisso negli occhi, ha sfilato la cravatta che stavo guardando estasiato e me l’ha regalata. Per me è stata come una consacrazione.
Q: E ora, con quella cravatta, che ci fai? Voglio dire, che progetti hai?
PJ: [Sorride] Metto la cravatta soprattutto per i live e il mio progetto ora è suonare, suonare molto. Ho in programma molti concerti. Inoltre sto facendo molta radio.
Q: E discograficamente?
PJ: Ho in mente il mio disco perfetto, ma non ho la smania di fare cose “imprecise”. Ci sto lavorando.
Q: Allora aspettiamo il tuo disco perfetto!
PJ: Ti farò sapere.

Guarda WELCOME TO ITALY, di Piji.

Pierpaolo Grezzi

I vecchi leoni ruggiscono ancora, forse per l’ultima volta

È pronto il nuovo album dei Deep Purple, la leggendaria band inglese che ha fatto la storia del Rock. Il disco si chiama “inFinite”, è stato prodotto da Bob Ezrin e uscirà ufficialmente il 7 aprile su earMUSIC. Intanto sul web è già stato diffuso il video del singolo Time for Bedlam, che mostra come il ruggito dei vecchi leoni del rock sia ancora forte e imponente.

Dopo l’uscita dell’album, inizierà il LONG GOODBYE TOUR, un tour che porterà la band nelle principali città del globo (tra cui 3 date anche in Italia: il 22 giugno a Roma, il 26 giugno a Bologna e il 27 giugno a Milano) e pare che sarà l’ultimo tour della loro carriera.
La band è ora composta dai tre membri storici, Ian Gillan (cantante), Roger Glover (bassista) e Ian Paice (batterista) e poi da Steve Morse, che da anni ormai sostituisce la mitica chitarra di Ritchie Blackmore, e Don Airey, che suona l’organo che era stato del grande Jon Lord (scomparso nel 2012).

http://https://www.youtube.com/watch?v=IfmXD90VWsg

Tra Jazz e World. Intervista a Felice Del Gaudio

[Pop Vision] Felice Del Gaudio è uno tra i più raffinati jazzisti italiani. Vive a Bologna ed è uno dei contrabbassisti e bassisti più riconosciuti in Italia e non solo. Ha suonato nelle jazz band di Hengel Gualdi, di Piergiorgio Farina e nella Dr. Dixie Jazz Band, ha portato il suo tocco praticamente in tutto il mondo. Ha collaborato poi con Lucio Dalla, Raphael Gualazzi, Bob Wilber, Biagio Antonacci, Mango, Alan Sorrenti, Riki Portera e moltissimi altri.

Il 5 gennaio siamo riusciti a vederci per l’intervista che ha concesso a Qulture.it. L’ho raggiunto a casa sua e ha subito messo su il caffè, Felice è originario del Sud, e si vede. Ci siamo messi immediatamente a parlare di musica e il caffè s’è bruciato, ma è venuta fuori una chiacchierata davvero interessante.

Q: È da poco uscito il tuo ultimo album “Home”. Si sente una ricerca sonora molto particolare.

FdG: Sì, “Home” è un progetto a cui tengo molto. È stato prodotto dalla CANCAN production e, anche grazie allo stimolo del produttore Guido De Gaetano, ho proseguito la mia ricerca d’incontro tra il jazz puro, quello in cui mi sono formato, e le atmosfere world.

Q: Non è il tuo primo disco in questa direzione.

FdG: No. Sono affascinato da questo tipo di contaminazioni e ci lavoro da anni. “Prayer” è stato un album in cui ho fatto una ricerca sulle sonorità della mistica e poi in “Desert” ho esplorato i suoni delle civiltà del deserto. Ho usato anche strumenti etnici, come ad esempio uno Ngoné africano, un Rabab iraqeno, e così via.

Q: Questa ricerca nasce dalla tua straordinaria esperienza come musicista in tutti questi anni.

FdG: Sono stato fortunato ad aver fatto certe esperienze, che mi hanno segnato. All’inizio della mia carriera ho studiato per un periodo a New York, a Londra, a Rio de Janeiro e poi, con le jazz band, ho avuto la possibilità di andare in moltissimi posti, dall’Europa all’Asia, dall’Australia all’Africa, assorbendo atmosfere ed emozioni musicali diverse.

Q: E poi hai fatto centinaia di collaborazioni in Italia…

FdG: Ho suonato come bassista e contrabbassista in 150 dischi, ho pubblicato 5 album miei, ho scritto 5 libri didattici…

Q: Una carriera davvero intensa! Ma c’è qualcosa che ti ha segnato più di tutto, non so, un episodio che ricordi con piacere?

FdG: Ero giovane, potevo avere 28 anni, ed ero felicissimo perché avevo cominciato a suonare al Dr. Dixie Jazz Band, ritrovo storico per i jazzisti di Bologna. Suonavo con la band di Hengel Gualdi e una sera si è presentato Lucio Dalla, col suo clarinetto. E’ iniziata una jam session, in cui Lucio e Hengel si sono sfidati. E’ stata un’esperienza magica, ho provato delle emozioni quella sera che ancora mi porto addosso. E ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto, nel momento giusto.

Q: E chi vinse la sfida?

FdG: Hengel Gualdi era tecnicamente superiore, ma Lucio Dalla aveva una genialità indiscussa.

Q: E poi che è successo?

FdG: Sia Hengel Gualdi che Lucio Dalla hanno fatto grandi complimenti e da lì sono iniziate importanti collaborazioni con entrambi. Ho accompagnato in vari tour Lucio con un quintetto d’archi, il New York Quintet, due violini, violoncello, viola e due contrabbassi.

Q: E uno dei due contrabbassisti eri tu?

FdG: Esattamente.

Q: Erano altri tempi, quelli. Esiste ancora quel mondo? Quel modo di fare musica?

FdG: Decisamente no. Quello era un tempo in cui andavi in un locale e incontravi i grandi musicisti, oltre Lucio Dalla, ricordo Guccini e molti altri. Si suonava, si ascoltava, si parlava, si beveva insieme. E si imparava, giorno per giorno. Si doveva studiare molto, ma quello che si otteneva era solido, duraturo. Comprese le amicizie.

Q: E adesso?

FdG: E adesso c’è Internet, ci sono i Talent, YouTube. Tutto è liquido, veloce. La carriera si gioca in pochi mesi, nei likes di un video o di una canzone. Nei pochi minuti dell’esibizione di un Talent. Ora ci sono i “McDonalds” della musica, dove si consuma tutto molto in fretta, tutto è “fast”. Quando ho iniziato io, c’erano invece le “Osterie” musicali. Noi ci sentivamo sempre artigiani, con un lungo lavoro quotidiano. Anche se facevi qualcosa di importante, l’approccio era sempre quello dell’artigiano. Ora no, c’è un altro ritmo, un altro pubblico, un altro modo di consumare la musica.

Q: Era meglio prima?

FdG: Onestamente non lo so. Non so se siamo cambiati in meglio o in peggio, questo lo deciderà il tempo. Fatto sta che tutto è cambiato.

Q: E i tuoi progetti per il futuro?

FdG: A gennaio partono due progetti interessanti. Uno è “Anima Antigua”, che incideremo a Genova. Si tratta di un lavoro di contaminazione tra esperienze musicali e linguistiche liguri, sarde e corse. Tra gli altri, suonerò con Armando Corsi, Farias, Roberta Alloisio, che è anche l’ideatrice del progetto. E poi inizieranno a Bologna le registrazioni de “Il Grande Freddo”, l’ultimo album di Claudio Lolli. Un progetto finanziato con il crowfunding, che sarà davvero di qualità straordinaria.

http://www.felicedelgaudio.it/

Intervista a cura di Pierpaolo Grezzi

È morto Berger, l’autore di “G.” (Booker Prize 1972)

[POP VISION] Il 2 gennaio scorso è morto John Berger. Aveva 91 anni, inglese d’origine, ha vinto il Booker Prize nel 1972 con il suo romanzo “G.” e ha scritto uno dei più conosciuti saggi di critica d’arte “Ways of Seeing”, legato alla sua esperienza nei programmi d’arte della BBC. È difficile definire il percorso culturale di Berger, lui amava definirsi semplicemente uno storyteller e, in effetti, ha esplorato l’esercizio della scrittura in molti modi, dalla narrativa alla sceneggiatura, dalla drammaturgia all’articolo politico, dalla critica artistica sino al disegno. E infatti ha scritto romanzi, come G. (edito in Italia da Neri Pozza) o Festa di nozze (pubblicato dal Saggiatore), ma anche raccolte di saggi, quali Questione di sguardi (il Saggiatore) o Sul guardare (Bruno Mondadori) o ancora Modi di vedere (Bollati Boringhieri).
Ma che scrittura era quella di John Berger?
Si potrebbe dire “incompiuta”, sempre alla ricerca, sempre sul margine del non-finito, del non-dato una volta per tutte. Infatti i suoi scritti non seguono la fenomenologia delle cose, così come sono. Ma si perdono sempre in rivoli di pensiero, in parentesi che si aprono, attirano tutta l’attenzione e non sempre si chiudono. Forse Berger può esser definito un incoerente, usando il termine nella sua accezione più alta: uno scrittore non racchiudibile in una categoria ben definita, ma sempre alla ricerca dell’indefinito che è insito nella realtà.

A Torino il “Festival dei Festival” del libro

Una novità durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, che si svolgerà dal 18 al 22 maggio 2017: uno spazio sarà riservato al “SUPERFESTIVAL”, cioè alla raccolta di tutti i festival culturali e librari che si svolgono in Italia.
Il festival dei festival è un’idea dell’editore di SUR, Marco Cassino e di Gianmario Pilo de «La galleria del libro» di Ivrea.
Il Superfestival ha già registrato l’adesione del Festival della Mente (Sarzana), di Un’altra galassia (Napoli), dii Dialoghi di Trani (Trani), di Marina Cafè Noir (Cagliari), del Festival dell’economia (Trento), de I Boreali (Milano), di Porte Aperte Festival (Cremona), dell’Home Festival (Treviso), della Grande Invasione (Ivrea), di Bilbolbul (Bologna), di Urbino Città del Libro (Urbino) e di Gita al Faro (Ventotene).
Le 12 rassegne (e le altre che si aggiungeranno) avranno un proprio spazio al Salone e organizzeranno dibattiti e incontri, ciascuna con il loro personaggio di punta.

 

La pasticceria Pironna di Trieste: dove Joice ha iniziato l’Ulisse

La pasticceria Pirona è uno dei locali storici di Trieste, uno dei ritrovi di intellettuali e scrittori del ‘900. È stata fondata proprio nel 1900 da Alberto Pironna ed è subito diventata luogo di incontri di personaggi come Italo Svevo o Umberto Saba.
Ma, più di tutto, la pasticceria è il posto dove andava sempre James Joice e dove ha iniziato la stesura dell’Ulisse.
Già negli anni ottanta la pasticceria era stata venduta dai Pironna alla famiglia De Marchi, ma dal passaggio di proprietà era uscita intatta. Ora, invece, le indiscrezioni dicono che è in corso una trattativa con un imprenditore veneziano, il quale avrebbe intenzione di fare dei lavori di ristrutturazione, snaturando forse l’identità storica del luogo.